La contesa delle Malvinas/Falklands
La partita tra Argentina e Inghilterra, che si svolge oggi 15 luglio nella semifinale dei Mondiali, è intrisa di una lunga storia di rivalità che dura da due secoli. Al centro di questa contesa vi sono le isole Falklands, chiamate Malvinas dagli argentini, un territorio britannico d’Oltremare rivendicato da Buenos Aires. Il ministro degli Esteri argentino, Pablo Quirno, ha recentemente denunciato l’«occupazione illegale» dell’arcipelago, definendo i residenti «una popolazione impiantata artificialmente». Downing Street ha risposto ribadendo il desiderio degli abitanti di rimanere un territorio britannico e il loro diritto all’autodeterminazione.
Nel 2013, un referendum ha visto il 99,8% della popolazione delle Falklands esprimersi a favore del legame con la Gran Bretagna, un risultato contestato dall’Argentina. La disputa ha radici profonde, con Londra che ha affermato la propria sovranità sulle isole nell’Ottocento, mentre l’Argentina ha sempre sostenuto di averle ereditate dalla Spagna, la prima potenza europea a stabilirvi un insediamento.
Nel Novecento, la questione ha assunto un valore simbolico in entrambi i Paesi. Il regime populista di Juan Peron a Buenos Aires ha utilizzato la rivendicazione per mobilitare le masse. La situazione è precipitata negli anni Ottanta, quando la giunta militare di Leopoldo Galtieri, affrontando problemi interni, ha deciso di invadere militarmente le Falklands nell’aprile 1982. L’allora primo ministro britannico, Margaret Thatcher, ha risposto inviando una forza di spedizione che, in due mesi, ha riconquistato le isole, al costo di quasi mille morti complessivi.
Le conseguenze politiche sono state significative: la sconfitta militare ha portato alla caduta della dittatura in Argentina e alla democratizzazione del Paese, mentre a Londra la Thatcher è diventata un’icona nazionale. Da allora, la contesa ha fatto pochi progressi, con l’Argentina che ripropone periodicamente le sue rivendicazioni e la Gran Bretagna che rifiuta ogni discussione. La questione è diventata un elemento centrale dell’identità nazionale argentina, tanto che i calciatori della nazionale hanno cantato di voler vincere la Coppa del Mondo «per le Malvinas».
Calcio, memoria e polemiche arbitrali
La partita odierna non è solo una semifinale dei Mondiali, ma un evento carico di significati storici e politici per l’Argentina. Un coro popolare, «Chi non salta inglese è», risuona con intensità, riflettendo una memoria collettiva che unisce gli argentini attorno alle Malvinas, alla Selección e a Diego Maradona.
La Guerra delle Malvinas del 1982 fu l’ultimo tentativo della dittatura militare argentina di recuperare legittimità. Migliaia di persone sostennero inizialmente la riconquista delle isole, ma la guerra fu combattuta principalmente da giovani di leva, molti dei quali subirono trattamenti disumani. Il conflitto, durato settantaquattro giorni, accelerò la caduta della dittatura, ma lasciò una ferita profonda, con quasi settecento giovani morti e migliaia segnati psicologicamente. Le Malvinas sono diventate un simbolo essenziale dell’identità nazionale argentina.
Un momento iconico che lega calcio e storia è stato il gol di Diego Armando Maradona contro l’Inghilterra nei quarti di finale del Mondiale 1986, noto come la «mano de dios». Questo gol, seguito da quello che molti considerano il più bello della storia del calcio, è entrato nell’immaginario argentino come una rivincita simbolica per la sconfitta delle Malvinas. Maradona, prima della partita, invitò i compagni a ricordare i ragazzi morti nelle isole, interpretando il sentimento popolare.
Oggi, Lionel Messi affronta per la prima volta l’Inghilterra in un Mondiale, indossando la stessa maglia azzurra di Maradona del 1986. Nonostante l’allenatore Lionel Scaloni minimizzi l’aspetto politico, per milioni di argentini, inclusi i giocatori, la sfida intreccia sport, memoria e identità nazionale. Anche il presente contribuisce a questa lettura, con il presidente argentino Javier Milei che ha espresso ammirazione per Margaret Thatcher, richiamando un modello economico associato alle dittature militari degli anni Settanta.
I sospetti di favoritismi arbitrali hanno accompagnato l’Argentina in questo Mondiale. Sui social media, l’hashtag «VARgentina» e fotomontaggi del presidente della FIFA Gianni Infantino con la maglia albiceleste sono diventati virali. Le polemiche sono esplose nei quarti di finale contro la Svizzera, quando l’espulsione di Embolo, dopo l’intervento del VAR, ha sollevato dubbi. Il commissario tecnico svizzero Yakin ha definito la decisione «inaccettabile», mentre il capitano Xhaka ha parlato di una regola che rischia di «uccidere una partita».
Accuse simili erano già emerse nella fase a gironi, con l’Algeria che aveva presentato un reclamo per un mancato cartellino rosso a Messi. Negli ottavi contro l’Egitto, le contestazioni hanno riguardato un gol annullato dal VAR e un rigore reclamato. Il presidente della Commissione arbitrale della FIFA, Pierluigi Collina, è intervenuto pubblicamente per respingere le insinuazioni, ma il dibattito persiste. Christina Unkel, ex arbitro FIFA e analista arbitrale, ha osservato che la fiducia dei tifosi è «completamente crollata», evidenziando un livello di polemiche senza precedenti.
Un sito, argentinaout.com, ha raccolto oltre 6 milioni di firme per chiedere l’esclusione dell’Albiceleste dal torneo, sebbene l’iniziativa non abbia valore legale. Già dopo il Mondiale del Qatar 2022, accuse analoghe erano state mosse, alimentate dalle dichiarazioni dell’allora CT dell’Olanda Van Gaal. Oggi, la situazione si ripete, con ogni episodio amplificato in tempo reale, rafforzando la convinzione che il torneo abbia già un vincitore designato, Inghilterra permettendo.
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Source: corriere.it
